Bifest 2022: Bari (e la Terra) vista dalla Luna

Ti conviene / Cogliere il tempo che rimane / Prima che smetta di bruciare / Dentro al tuo cuore / Anche il più piccolo ideale / Che sta tremando di terrore. Andrea Laszlo De Simone, Vivo

Non si dovrebbe fare, non si potrebbe fare, forse “non sta proprio bene” scrivere un articolo su un Festival quando lo si è vissuto dall’interno. Conflitto di interessi? No, perché tanto la festa è finita. E poi, perché perdere l’occasione di guardare il mondo dalla Luna, e perché non testimoniare qual è la visuale quando dalla Luna ci si affaccia sulla propria città. E perché non divertirsi a lasciare che la retorica scivoli nel nulla, per una volta di più, dando spazio alle persone, vogliamo proprio perderci questa ulteriore possibilità di congedare i “personaggi”?

Così quest’anno per me il Bif&st dovrebbe significare “solo” avere visto 11 film in 8 giorni insieme agli altri giurati della sezione Panorama Internazionale e non dovrei dirvi del documentario Gianni Minà, una vita da giornalista di Loredana Macchietti: storia del giornalismo, sì, ma proprio Storia, basta ricordare (tra le tante) l’intervista a Fidel Castro durata sedici ore. E non dovrei dirvi del talento di Andrea Bosca che interpreta in punta di piedi Marco Pannella in Romanzo radicale di Mimmo Calopresti e quindi non dovreste sapere nulla del suo entusiasmo e di come gli si illumina il volto nel leggere l’intervento che Pasolini lasciò sulla scrivania pensando di poterci andare davvero al Congresso dei Radicali nel 1975. Infatti, non ve lo dico, potete guardare la nostra intervista in video in questo articolo un po’ fuori dagli schemi del giornalismo e della critica. Ma diciamolo: non si tratta di un resoconto, questi sono appunti di viaggio.




Cristiana Paternò, Kristína Kúdelová, Giuseppe Piccioni (il presidente della Giuria) e Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) ed io abbiamo visto film prodotti in Uruguay, Argentina, UK, Svizzera, Germania, Turchia, Grecia, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Islanda, Polonia, Italia e in tutte queste storie ad un certo momento, che lo avessimo previsto o meno, è emersa una disperazione viva che mi ha fatto pensare troppo spesso: “Accidenti, quanto poco basta per morirsi addosso, accidenti quanto poco prendiamo l’amore sul serio, quello con la A maiuscola, che trascende i corpi”. Questo cinema così disperato, che si dibatte nella violenza più sfrenata e a volte un poco morbosa, permette di guardare questi giorni di guerra con una certezza nuova. Il fallimento del mondo adulto deve delle risposte alle nuove generazioni, ma le alternative devono essere costruite insieme, il tempo dell’innocenza è finito. Come il protagonista di Kerr di Tayfun Pirselimoglu anche noi non possiamo fuggire da questa realtà (spesso slabbrata e assurda) che si apre sotto i nostri piedi e ci insegue come un cane rabbioso mentre aspettiamo di assistere al funerale dei nostri padri.

Sul palco del Petruzzelli è stata premiata in rappresentanza dei registi ucraini Daria Onyshchenko e guardandola con addosso la sua bandiera ho pensato che posso sentirmi devastata quando vedo i nostri bambini entrare sereni a scuola e posso piangere in silenzio se guardandoli la mia mente mi porta ai bambini e ai civili bombardati senza pietà in Ucraina, ma la verità è che non si resiste da soli alla Storia e la commozione non mi assolve. Mi sono detta che bisogna fare una scelta: restare dalla parte della vita. Scegliere sempre, sempre la vita, sempre la vita, soprattutto quella degli altri prima della nostra.

Le decisioni della nostra Giuria sono state di fatto unanimi, abbiamo trovato una linea che ha rispettato le esperienze, la professionalità e le varie esperienze anche dovuta alle differenze anagrafiche. Non è così ovvio che le generazioni riescano a guardare nella stessa direzione in modo sereno e così costruttivo. Però è successo: sono stati premiati giovani attori che hanno affrontato ruoli sfidanti e che hanno preso sulle spalle con grazia lo sguardo disincantato e l’atto di auto-accusa del mondo adulto che insanguinava le storie. Irene Virgüez è la migliore attrice per La hija di Manuel Martin Cuenca e aveva sedici anni quando ha lavorato al film, Enzo Vogrincic, altrettanto giovane, è il miglior attore per 9 di Martín Barrenechea e Nicolás Branca, Carolina Sala ha meritato una menzione speciale per la sua interpretazione in Vetro.

Clio Barnard è la Miglior Regista per Ali & Ava: una storia in cui i progetti educativi non sono del tutto falliti anche se fallibili lo sono ontologicamente. E, soprattutto, una storia d’amore non convenzionale che supera stereotipi e non è consolatoria.

C’è così tanto da fare, ho pensato quando anche l’ultimo film in concorso è sfumato nei titoli di coda. Bisogna scegliere, prima di tutto. Scegliere da che parte stare e perché.

Del resto, il cinema non appartiene a chi materialmente lo fa (non è degli attori, non è del regista o dello sceneggiatore, non è di chi lo legge e lo interpreta). Il cinema è del pubblico. In tredici anni di Bif&st Felice Laudadio ce lo ha insegnato bene. Se ciò che facciamo non è per gli altri possiamo ridurci a santini imbalsamati per Instagram o TikTok e restare personaggi di storie che non interessano, perché sono state scritte per noi e addosso a noi da qualcun altro che non ci conosce.

Questo articolo non è un resoconto, lo avevo ammesso subito, ma ecco i miei appunti perché io per prima non dimentichi le grandi lezioni di questi otto giorni: lo sguardo acuto di Cristiana Paternò e il suo ricordo di Fellini che sale in redazione per salutare lei e i suoi colleghi giornalisti de l’Unità, il pensiero gentile e deciso di Kristína Kúdelová (e la sorpresa di scoprire che condividiamo la passione per gli stessi film, ma non dirò quali perché è un segreto nostro), la delicatezza di Giuseppe Piccioni (e del suo film L’ombra del giorno che non accetta lo schema prevedibile dell’anti-eroismo e che torna invece ad ammettere la fragilità, anche ideologica, del nostro tempo per mettere entrambi in discussione) e il grande talento di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) che riesce sempre a smarcarsi dalla facile etichetta di “personaggio” e a mantenere l’onestà e la purezza del suo esordio cinematografico La mafia uccide solo d’estate. Poi, come sempre, la lezione di stile di Maurizio di Rienzo, David Grieco, Enrico Magrelli, Marco Spagnoli (in stretto ordine alfabetico) che conducono gli incontri ciascuno a modo suo, ma tutti con la stessa passione. E poi, come accade dal 1988 quando presentò Nuovo cinema paradiso a Bari durante l’edizione unica del Festival EuropaCinema, il sorriso di Giuseppe Tornatore abbaglia il Teatro Petruzzelli.

Ecco, mi dico, questo fa il cinema: fissa una storia e le prospetta l’eterna possibilità di diventare un soggetto vivo, in carne e sangue, per discutere dell’umano e per capire, tutti insieme, com’è che si deve fare per restare umani. Nessuna retorica: l’umanità senza persone è solo algoritmo.

Quindi com’è Bari vista dalla Luna, cioè dal Bif&st? Bellissima e fragile, piena di storie e di volti, ma soprattutto di persone che devono ascoltare e ascoltarsi. È come tutte le città nate sul mare che cercano di soffiare via l’etichetta politica e impoetica che le ritiene “troppo a sud per poter essere considerate qualcosa di più di un feudo”, una etichetta che, purtroppo, spesso è cara anche a chi la abita.

Ma Bari ha davvero qualcosa da cui continuare: l’opportunità di fare della cultura la chiave magica e forse un po’ mistica, come sono tutti i prodigi metafisici, per crescere una comunità intellettuale e, semplicemente, viva.

Il tempo vola quando ci si diverte, sì è proprio vero, peccato dover chiudere la questione con una frase fatta. Ma resta il tempo di un’ultima sigaretta con Giuseppe Piccioni. Cioè lui la fuma, io lo guardo e intanto gli studenti che poco prima lo hanno fermato fuori dal Teatro Petruzzelli dopo aver visto il suo film se ne vanno per Bari, tornano alla stazione con l’ambito trofeo che testimonia il loro incontro con il regista: una sua firma su uno scampolo di foglietto ricavato da un foglio più grande che hanno diviso equamente tra loro.

Giuseppe Piccioni fuma e io sorrido, così, per fare finta di non sapere che da domani comincerò, come tutti, ad aspettare il prossimo Bif&st perché di questo sento già la mancanza: adesso devo fare i conti con la realtà e la realtà sono i corpi dei civili per le strade di Bucha.




P.S. Grazie ancora a Valeria Cavalli e a Felice Laudadio. La Terra vista dalla Luna è proprio una meraviglia. È bella ma terribile.


Articolo di Irene Gianeselli per Polytropon Magazine

Ph. Daniele Notaristefano