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  • Irene Gianeselli

Il movimento del ritorno: un romanzo che travolge e riporta a Kerouac e Salinger

Rosanna Ventura, presidente e direttrice artistica dell'Associazione Culturale Ombre di Gioia del Colle, intervista Irene Gianeselli durante la prima presentazione del romanzo Il movimento del ritorno (Les Flâneurs Edizioni, 2021) a Masseria Jesce - Teatro della memoria (Altamura, BA) il 30 luglio 2021. Dopo la calorosa accoglienza di Donato Laborante, l'incontro comincia tra canti di civette e di grilli.


Leggendo “Il movimento del ritorno” di Irene Gianeselli ho ritrovato il suo essere musicista e pianista. Ho cercato però di non pensare al fatto che conosco Irene e la sua poliedricità e così il romanzo mi ha travolto. Non devo rivelare nulla, è giusto che la scoperta venga dalla lettura, ma mi ha sorpreso il suo stile onomatopeico-sensoriale. La scrittura è teatrale e cinematografica insieme ma prima di tutto io ho colto i suoni, sento i suoni che provengono dall’anima dei personaggi. È un’opera diacronica e questo è un grande pregio: è avvincente. Il fatto che i personaggi non si rivelino mai fino in fondo lo rende avvincente e crea allo stesso tempo una forte empatia con le loro vite. La forma mi ha portato a pensare allo strutturalismo. Ho pensato a Jack Kerouac per la “leggerezza” della narrazione e per il racconto e anche per la necessità dei personaggi di trovare un ruolo nel proprio periodo storico. Ho pensato anche a “Il giovane Holden” di Salinger proprio per questa forte empatia che suscitano tutti i personaggi. Ci sono poi dei ritratti antropologici acuti, reali. Irene in questo romanzo parla anche del Teatro e della critica letteraria e teatrale e nelle sue descrizioni, di movimenti e di personaggi appunto, trovo realismo e sincerità, è un romanzo che definirei senza dubbio politico. Comincio dal chiederti qual è stata la necessità che ti ha spinto a scrivere “Il movimento del ritorno”.


Cercavo prima di tutto di portare a termine un percorso mio, di scrittura e autorale. Avevo sempre affrontato la forma breve, ho cominciato a scrivere davvero molto giovane, la brevità per me era necessaria perché credevo che in un momento storico come il nostro, nel quale si legge poco e velocemente, sarebbe stato efficace cercare un qui e ora da restituire in modo tagliente. Mentre scrivevo il romanzo, all’inizio, cercavo di portare alle estreme conseguenze il percorso cominciato con la prima raccolta di racconti, “Lo spazio intorno”. È stata prima esigenza tecnica, ma è stata anche subito una esigenza poetica: il filo rosso tra “Lo spazio intorno” e “Il movimento del ritorno” è il mio rapporto con il poeta irlandese William Butler Yeats. Comincia sempre tutto attraverso un o una Poeta per me. Ma l’esigenza è politica, hai ragione. Il nucleo principale del romanzo è nato prima in forma di drammaturgia. Ho cominciato ad analizzare la coppia cercando di portare all’esasperazione l’analisi che avevo avviato ne “Lo spazio intorno” e in questo testo teatrale, che si chiama “Senza sale senza tregua”, c’è il cuore del romanzo. Mentre scrivevo ho capito che volevo anche altro, qualcosa di diverso. Volevo scrivere anche “contro” i racconti precedenti, ma questo è un movimento intimo che gli scrittori possono cercare ad un certo punto proprio nel proprio rapporto con la scrittura. Così questo romanzo è un diventato un anti-giallo, non è un noir, va “contro” il genere che è attualmente moda, fa ironia dei personaggi stereotipati e per me doveva essere una grande commedia in prosa. Quindi l’esigenza è stata tecnica, poetica e politica, così sono arrivata a “Il movimento del ritorno” e ho lavorato a questo per circa tre anni.


Tu dici prosa, ma quando leggevo il romanzo vivevo un momento poetico, proprio grazie al linguaggio. Proprio grazie ad un elemento del quale si è sempre discusso da Aristotele in poi in modo mirabile: la metafora. Tu usi spesso la metafora e in modo affascinante. La tua metafora riesce ad esprimere ed interpretare il pensiero del lettore, creando un noi, è un grande merito! Spesso leggendo il romanzo ho pensato “Ma questo avrei voluto dirlo anche io!”. Quando hai cominciato questo lavoro sulla scrittura? C’è un ricordo in particolare?


In realtà non c’è un momento, forse c’è stata una specie di folgorazione, una specie di epifania nel mio rapporto con la Parola, ma ero una bambina. Io dico commedia in prosa, ma in realtà mento sapendo di mentire. Per me tutti noi parliamo in forma di poesia. Questo lo si sente, musicalmente proprio, nelle lingue regionali, ma nell’Italiano o nella lingua madre non cambia. Di fatto, nessuno di noi parla “la lingua”. Esistono “le lingue” e quando parliamo nella nostra vita non rispettiamo quasi mai una metrica di prosa. Facciamo poesia, tutti i giorni, chi bene e chi male. È una forma di poesia istintiva, anarchica. Ma noi siamo quello che diciamo, nel modo in cui lo diciamo.


Ecco perché citi Michele Sovente in epigrafe.


Sì, esatto.


«Cuce questa lingua smarrita, / racconta questa lingua stordita / schegge e cocci di esistenze che più / dei sogni al buio sono restate. / Chiama questa lingua selvaggia un turbinio, / una festa di nomi voci colori. / Questa lingua così discreta, questa lingua così nuda» questa poesia di Sovente è la sinossi del tuo romanzo.


È vero, è una dichiarazione di poetica. Avevo già terminato la prima stesura quando a Teatro l’ho vista e sentita interpretata da Toni Servillo. Ogni singola parola, in quel momento, nel buio della platea, mi parlava di quello che avevo appena finito di scrivere. Ecco, un’altra epifania!



Ed è proprio vero, lo posso confermare. In tutto il romanzo la tua forma di espressione onomatopeico-sensoriale è travolgente. Pensavo molto anche ai ritratti sociologici e antropologici che ho letto. I tuoi sono personaggi che hanno tanto da dire e c’è proprio questo dinamismo e movimento nella storia (le loro vite che si intrecciano, le loro parole e i loro pensieri che si inseguono) e questo crea movimento anche nel lettore. Ma che ruolo ha oggi scrivere per te? Ha un valore nella società?


Ha un valore ma è svalutato, almeno adesso visto che si ragiona con la logica del profitto, dell’utile immediato. Sento di poter dire di avere cominciato e di stare continuando una gavetta. Sono arrivata al romanzo con un editore indipendente che è contro l’editoria a pagamento. Per me era fondamentale questo, pubblicare un romanzo con un editore che ci credesse. Cercavo un Casa Editrice come la intendono Calvino o Vittorini. Io scelgo sempre i luoghi, anche in senso metafisico. Oggi avverto un senso di decadenza dei luoghi fisici e metafisici della cultura. È così nel Cinema, è così nel Teatro… perché si sta trasformando in personaggio la persona che scrive, dirige, recita per vendere il prodotto. Siamo diventati compilativi nella critica, stereotipati nella recitazione e privi di idee nella regia e se le idee ci sono è perché vengono prese in prestito e piegate ad altri interessi. Per me attore e scrittore devono essere intellettuali. Quello che invece viene chiesto sempre più ad attori e scrittori è di essere personaggi in vendita. La scrittura per me è un atto intimo pubblico e privato e non può ridursi all’autobiografismo e all’autoanalisi in senso freudiano. Cerco sempre di evitare questa fuga: quando mi accorgo di cadere nel biografismo metto da parte quello che ho scritto e ricomincio. Cerco quel noi di cui parlavi prima.


E poi c’è questa lontananza tra le persone adesso, bisogna superarla.


Sì, la viviamo tutti i giorni. Il problema è che si vive molto nel virtuale e molto poco nel reale. Non sappiamo più cosa sia la realtà. L’incontro in presenza non è sostituibile, mettere tra noi e l’altro o l'altra uno schermo e mettere in gioco nelle nostre relazioni (nel lavoro, nell’amore, nell’amicizia) la rappresentazione di noi stessi invece che con quello che siamo ci porterà a non sapere più chi siamo davvero. Mi spaventa molto il futuro, perché negarlo, temo si andrà avanti con un tacito contratto “Io ti darò esattamente ciò che tu ti aspetti, nessuno così resterà deluso, manteniamo lo status quo che ci permette di tenere il potere in equilibrio”. Il danno sarà irreparabile. Perché sempre si agirà per il potere: sull’altro, sull’altra e sugli altri.


Pensavo alla forma del tuo romanzo e mi è venuto in mente Pirandello e le sue didascalie nei testi teatrali. Durante la lettura si sente molto il movimento dei personaggi: tornano, riemergono e hanno moti dell’animo che vengono descritti in uno spazio altrettanto ben definito.


È una forma alla quale ho lavorato tanto. Avendo letto e continuando a leggere altri autori di epoche e di provenienze differenti, ho deciso di trovare la mia voce, ho cercato subito, dal primo racconto, di dire le cose e le parole come per me era importante che venissero ascoltate. Io penso per immagini e seguo l’azione dei personaggi in una forma faticosa di presa diretta, niente è casuale per me, tutto è importante. Nei testi per il teatro invece scrivo pochissime indicazioni perché voglio che l’attrice o l'attore si sentano liberi di osare, di incarnare la parola, di portare il corpo a corpo alle sue estreme conseguenze liberando il potenziale. Nella narrazione invece sento di avere la responsabilità di condurre il gioco. Cerco sempre di proporre e dare al lettore ciò che compone la scena, voglio fare entrare il lettore in quello che sta leggendo. Per me è importante che il personaggio-persona arrivi a esprimere un certo sentimento, una certa idea, un certo pensiero in un determinato luogo e perfino con una determinata luce.



È così anche per la città. C’è Napoli, viene citata, ma poi c’è la città che è molte città e in questo spazio che cambia cambiano anche i personaggi.


Sì, certo, è un costante mutamento. La città è tante città. C’è una geografia tutta italiana nel romanzo, volevo evitare facili campanilismi e attraversare un Paese, e questa geografia cambierà con la provenienza del lettore o della lettrice. Questa è la mia esigenza di dare anche al paesaggio, oltre che al personaggio, una dignità di persona. Volevo esprimere la manifestazione creaturale di donne, uomini e luoghi. Voglio questo: chi legge deve incontrare la manifestazione del personaggio e scegliere fino a che punto farlo incarnare. Offro la mia risposta, ma uso proprio la metafora perché il lettore torni ad avere libertà di immaginare e di costruire mentre legge scene, azioni e fisicità.