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  • Irene Gianeselli

Intervista su Il misuratore del Mondo al Sipontum Arthouse International Film Festival

Intervista del 18 dicembre 2021 per il Sipontum Arthouse International Film Festival

Quando si parla di Kafka sul grande schermo, immediatamente si pensa a un tipo di cinema di marca fortemente autoriale. Alcuni esempi illustri ci riconducono a Orson Welles con Il processo (1962), certamente l’opera più compiuta, mai realizzata, ispirata alla bibliografia dell’autore praghese, ma anche il tentativo interessante di Soderbergh nel suo Delitti e segreti (1992) che ha goduto di minor fortuna in termini di critica e di pubblico. Con Irene Gianeselli, giovane e talentuosa regista pugliese, entriamo in una nuova visione kafkiana, segnata dalle atmosfere mediterranee e rurali innestate su una struttura narrativa e interpretativa che dichiara apertamente la sua origine teatrale (e non si tratta di un difetto, in questo caso). Il risultato finale è senz’altro un’opera originale e piena di spunti interessanti che è valso alla Gianeselli e a tutta la sua troupe, l’ingresso nella selezione ufficiale del David di Donatello (notizia che abbiamo appreso con immensa felicità, quasi in diretta, al Sipontum Arthouse International Film Festival). Ne abbiamo parlato con Irene Gianeselli




Da dove parte la scelta di lavorare su Kafka e come è nata l'idea di "trasportarlo in Puglia"?

La scelta parte da una serata, per me meravigliosa, al telefono con Luigi Mezzanotte, l’attore protagonista del cortometraggio. La mia Associazione Felici Molti cura un piccolo Festival di Teatro che si chiama “Conversazioni – la letteratura è di scena” in Mediateca Regionale Pugliese a Bari con il sostegno di Regione Puglia e di Apulia Film Commission e nel 2020, come tutti, abbiamo dovuto fermarci senza sapere quando e se avremmo potuto tornare a fare incontrare il pubblico e gli attori attraverso la letteratura e la drammaturgia. Il 2020 e quindi anche il 2021 rischiavano di essere anni perduti per sempre ed allora ho cercato grazie al dialogo con i referenti regionali (Anna Maria Rizzi e Mauro Paolo Bruno) di pensare una soluzione per riprogrammare il Festival in chiave cinematografica attraverso la creazione di un prodotto audiovisivo da offrire poi alla nostra comunità di spettatori. E torniamo alla mia telefonata meravigliosa con Luigi Mezzanotte. Una sera mi ha letto il monologo che ha tratto da “Il castello” di Franz Kafka e che avrebbe dovuto portare al Festival. Mentre lui legge (ma legge è un verbo riduttivo per un attore come lui), io comincio a pensare a delle immagini, delle inquadrature e lo immagino muoversi in una Puglia arcaica e sacra. Comincio a pensare a Nostra Signora dei Turchi del suo maestro Carmelo Bene, penso che il contrasto tra la neve di Kafka e i campi di grano della mia terra possono parlare dello stesso sfinimento, in modo diverso, inedito e anche sfidante. Quella sera stessa ho cominciato a lavorare su questo progetto certa di avere trovato la storia che stavamo cercando per superare la crisi artistica, umana e poetica che stavamo attraversando durante i mesi del distanziamento sociale e del confinamento.


Ci è sembrata particolarmente stimolante la scelta di optare per un personaggio che potremmo definire "polifonico", in quanto veicolo di più personaggi legati al romanzo di partenza. Questa scelta abbastanza singolare (singolare in tutti i sensi) ha reso più visibile il fuoricampo, interpellato più volte dal protagonista. Cosa puoi dirci su questo? Che ruolo ha il fuoricampo nel tuo cinema?

Non posso parlare ancora di un “mio” Cinema perché questo è il mio primo cortometraggio, se lo dicessi sarei molto arrogante o mi mancherebbe il senso della realtà. In questo caso, però, avete colto un aspetto che per me è molto importante. Già in fase di scrittura mi interessava far emergere anche ciò che non veniva mostrato in scena. Per farlo, ho capito subito che avrei avuto bisogno prima di tutto di un luogo complice. Masseria Jesce è un luogo semplicemente straordinario, qui ha girato alcune scene Matteo Garrone per il suo Pinocchio (un altro motivo per cui essere grati ed emozionati) e quando ho detto al mio direttore della fotografia che avrei voluto usare solo la luce naturale anche lui non ha avuto più dubbi. “Allora è lì che dobbiamo girare” ci siamo detti, poi il giorno prima delle riprese abbiamo continuato ad esplorare la Masseria, la sua Cripta, le sue grotte e i granai: oramai era maggio e le rondini riempivano il cielo e dobbiamo essere grati a Donato Laborante che con la sua Associazione ci ha accolto e ci ha permesso di lavorare con grande concentrazione e allo stesso tempo ci ha lasciato diventare una cosa sola con le pietre e le creature della Murgia pugliese. Masseria Jesce è un luogo vivo, sacro, creaturale, abitato dalla Storia e può fare a meno della nostra umanità perché è oltre l’umanità, è proprio “Il castello”: dalla serratura arrugginita che non riesci a far scattare se non con molta pazienza e con delicatezza, con umiltà, al villaggio indifferente e meschino, fino alle locande che trasudano passioni proibite e perdizioni e redenzioni inaccessibili. Luigi Mezzanotte è entrato in queste dinamiche in un modo così profondo che non ha certo bisogno di essere spiegato, è un attore meraviglioso e ha una esperienza fuori dal comune e personalmente sono molto commossa dalla sua generosità nei nostri confronti. La sua sensibilità ha costruito una trama di giuste pause e di silenzi, di sguardi e di allusioni senza le quali il mio progetto sarebbe stato puramente teorico. Si deve all’attore il dono di poter guardare anche l’invisibile continuando a non poterlo vedere e venendone a nostra volta guardati e osservati. Uno dei miei primi maestri mi disse che il Teatro è degli attori mentre il Cinema è dei registi. Sono sempre più convinta che entrambi appartengano agli attori perché anche il regista deve pensare come un attore, anzi, il regista è il primo attore e il primo spettatore (almeno stando a questa mia prima esperienza dietro la macchina da presa). Credo di avere compreso ormai che la regia è un atto creativo ma servile: siamo al servizio della storia, dei personaggi, dei luoghi che scegliamo e delle idee, dell’incanto. In questo caso volevo che le parole dette da Luigi sembrassero soltanto cadere nel vuoto, perché il vuoto è proprio uno dei grandi inganni di Kafka, è la sua forma più alta di ironia, la sua rivincita sulla sconfitta. Ho scoperto che tutto in Kafka è esistenza, abbaglia anche nell’oscurità e non c’è mai davvero un momento di vuoto, nemmeno nella solitudine più disperante dei suoi protagonisti, nemmeno nelle assenze più laceranti. E così, traducendo questo vuoto cinematograficamente, lo spettatore per me diventa il controcampo e riempie questo inganno trovandosi davanti il K. che agonizza ma non muore, sogna e desidera ma non gode. Il cinema permette di scagliare sullo spettatore il viaggio del personaggio, ma gli permette anche una separazione fisica (perché K. si trova nella grotta, ma lo spettatore magari è sul divano o davanti al computer). In qualche modo è come essere nell’Inferno ma senza avere la possibilità di interagire con Paolo e Francesca o Ulisse o Ugolino, senza avere la possibilità di consolarsi e piangere con loro, ma subendo soltanto e raccogliendo il sentimento di questo faticoso lavoro che è la vita per K. e per Kafka. E per me il Cinema non deve mai essere una consolazione, volevo che la voce di Luigi creasse il mondo da misurare con lo spettatore, un mondo che, però, proprio perché è solo una allusione e una illusione, di fatto è senza misura.


“Il misuratore del Mondo” ha una struttura che predilige il discorso alla narrazione, l'uomo è il centro, non tanto il suo agire all'interno di una narrazione classica. Sei d'accordo? Cosa puoi dirci in questo senso?

Dovremmo dirci però cosa intendiamo per narrazione classica. Cercherò di arrivare a una risposta. Emidio Greco, un grande regista di origini pugliesi, diceva che la trama è solo un pretesto ed è così anche per me: la trama muove qualcosa di più e di diverso, poi certo, la trama c’è, eccome, perché il soggetto è un capolavoro incompiuto della letteratura europea. Questo film comincia veramente già dai titoli di testa, la sceneggiatura (fin dal primo scalettone) è piuttosto definita, la linea narrativa procede per episodi, ma la sfida era creare una tessitura di immagini unica, senza interruzioni, coerente fino allo sfinimento. Questa è la storia di un uomo che rivive un incubo, ma l’incubo viene dall’elaborazione di ciò che ha vissuto, per cui questa non può non essere la storia di un uomo che ricorda e che soffre, ha pena nel ricordare. E noi, quando ricordiamo un evento o un momento della nostra vita, a volte tendiamo a dimenticare i gesti meno significativi e a trattenere una frase, una parola, un’espressione che ci ha inchiodato ad una verità che magari non avremmo voluto accettare. Di un amore ricordiamo un abbraccio o un bacio e la frase con cui ci siamo detti o non detti addio. Perciò abbiamo misurato i gesti e ci siamo concentrati su poche parole. Se mi accorgevo che una battuta non suonava, chiedevo a Luigi di modificarla prima di girare, avevo bisogno di sentire un certo ritmo. “In principio era il logos” scrive Giovanni nel suo Vangelo e per me l’unico modo per affrontare Kafka è stato partire proprio da questa consapevolezza. Cos’è il logos, come stanarlo nella sua forma più sincera e vulnerabile? Non ho ancora una sola risposta. Però nel Cinema, sempre secondo il mio umile punto di vista, la parola può anche non essere detta e quando viene detta deve avere un peso specifico, non può cadere dall’alto o strisciare ambigua e così il gesto, non può contare solo l’azione per l’azione, tutto deve avere il suo significato, per cui una struttura narrativa ne “Il misuratore del Mondo” c’è, anche se è volutamente solo un filo teso sul nulla, quel nulla che è pieno come dicevo prima, una lingua (quella cinematografica) c’è, un discorso (o verbo, o parola che sia) c’è e rispondono tutte all’esigenza di rendere il sentimento e la sofferenza, la purezza e il nitore della visione kafkiana. Se anche solo per un sospiro siamo riusciti a sfiorarla, penso potremmo ritenerci una troupe fortunata.


La colonna sonora ha un'importanza centrale in questo lavoro. Quale è il tuo rapporto con la musica in generale e in questo lavoro in particolare? E con gli altri aspetti del film?

Tutto per me comincia dal pianoforte, è il mio compagno più fedele e sto terminando i miei studi in Conservatorio. Quando ho cominciato a pensare a “Il misuratore del Mondo” come ad un corto ho scoperto che oltre alle immagini nel loro movimento, pensavo e cercavo di immaginare anche il suono di questa storia. Per questo abbiamo lavorato per usare i rumori, i canti e le voci della Masseria. Per me la musica non è solo parte della vita, ma è tutto, come la Poesia. Un pomeriggio, mentre lavoravo all’ultima versione della sceneggiatura, sono tornata ad ascoltare Shine on you crazy diamond dei Pink Floyd. Ecco, da quel pomeriggio comincio a struggermi, un po’ melodrammatica, perché so che non sarà possibile in poche settimane contattarli e ottenerne i diritti. Durante le riprese il mio direttore della fotografia, che è un esperto di musica metal e doom, ad un certo punto mi fa ascoltare questo gruppo pazzesco: si chiamano Godwatt, sono italiani e fanno stoner/doom ma cantano in italiano e questo particolare me li fa apprezzare ancora di più. A fine riprese ascoltiamo con Luigi Mezzanotte Sulphurea. Ci guardiamo e capiamo che è lei, è la nostra canzone. Per quanto riguarda il mio rapporto con gli altri aspetti tecnici che compongono il film posso dire che è venuto tutto insieme e che abbiamo davvero creato qualcosa di “nostro” noi tre: Luigi, io e il nostro direttore della fotografia. Era così forte il percorso fatto con Luigi che quando sono arrivata al montaggio avevo le idee piuttosto chiare anche sulla color correction. Ho chiesto alla nostra montatrice di non alterare in alcun modo quello che avevamo girato: volevo la luce della Masseria, il suo calore per paradosso respingente come l’utero di una madre che non può più riprendere il figlio dentro sé una volta che lo ha partorito.


Il tuo film, a nostro avviso, benché di origine letteraria, resta comunque di stretta attualità per via delle situazioni "kafkiane" che nella nostra bella Italia non mancano mai; quale è il tuo pensiero in proposito (pensiamo a situazioni che vanno dai paradossi burocratici di impossibile soluzione fino ad arrivare ai servizi al cittadino che sempre più spesso diventano punizioni gratuite al cittadino stesso...). Cosa puoi dirci su quest'argomento?

Sono di parte, penso che la letteratura sia un laboratorio vivo che parla del presente e del contemporaneo in modo potente, per questo ci sono opere che possono diventare film e ci sono registi che lo hanno già dimostrato, penso a Barry Lyndon di Kubrik o ad Apocalypse Now di Francis Ford Coppola (giusto per citare due esempi concreti). E poi penso che Kafka avesse intuito, profondamente, che il Novecento sarebbe stato un secolo terribile, violento e crudele, senza possibilità di redenzione, ma non poteva preconizzare anche il nostro tempo. Siamo noi colpevoli se troviamo “Il castello” attuale e purtroppo siamo colpevoli, lo siamo davvero. K. è un clandestino che arriva in un villaggio dove vuole stabilirsi e «Vivere, lavorare, essere onesto» ma per questo viene punito, deriso e condotto alla morte. Viene privato della dignità, dell’amore, della vicinanza con gli altri, non riesce a fare parte di una comunità perché la comunità non esiste, esistono solo tanti individui in lotta tra loro, troppo incattiviti e brutali per riuscire a superare queste lontananze. K. è un essere umano, una persona, in uno spazio abitato da personaggi disumani. Noi sappiamo bene cosa succede nei nostri mari, sappiamo benissimo dei bambini, delle donne e degli uomini che muoiono nelle traversate. Sappiamo benissimo cosa accade nei campi ai braccianti che subiscono il caporalato (e che siano italiani o stranieri, in ogni caso subiscono e muoiono sotto il sole nei campi) e conosciamo anche le nuove forme di sfruttamento del lavoro. Sappiamo dei porti chiusi, del sospetto con cui guardiamo chi è diverso, sappiamo delle migliaia di nuovi poveri, sappiamo di Lesbo e dei bambini nudi nella neve. Non penso solo all’Italia, devo essere sincera, penso che Kafka ci mostri un’Europa e un Mondo in cui l’individualismo, l’egoismo e l’incapacità di amare e di essere comunità diventano un unico problema ed è un problema politico, il nazifascismo ne diede una prova imminente a pochi anni dalla sua morte. Il problema (che è anche il motivo per cui ho scelto “Il castello” nel momento di pandemia che abbiamo vissuto e che viviamo) è questo: perché nel 2021-2022 io, Luigi Mezzanotte e chi ha lavorato a questa storia abbiamo incontrato il nostro tempo in un romanzo incompiuto del 1926?


A cosa stai lavorando adesso?

A dei progetti a cui tengo molto, ma in questo momento voglio continuare a dedicarmi a “Il misuratore del Mondo” che è in concorso ufficiale per il David di Donatello 2022. Quando l’abbiamo scoperto siamo stati travolti dall’emozione, siamo profondamente grati per questo riconoscimento, sentiamo di doverci impegnare per dare al nostro piccolo film tutta la nostra passione, siamo una troupe molto affiatata e per me continua ad essere un grande onore lavorare con Luigi Mezzanotte.