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Il Bif&st fonte di emozioni: Laudadio merita un grazie

Il Bif&st per me è una scuola di cinema, il che significa una scuola politica e fondamentalmente una scuola di vita. I maestri e le maestre? Tanti, perfino troppi per starci tutti in questa lettera.

Ma se io, a 25 anni, sono ancora a Bari e resto in Puglia, nella mia terra, contando sulle mie forze, non incoraggiata a rimanere, è proprio perché ho avuto questa scuola di cinema a disposizione: il Bif&st. In tutti questi anni, fatti e foto alla mano, io posso affermare di essere stata a lezione da (in ordine sparso): Jacques Perrin, Leos Carax, Edgar Reitz, Barbara Sukowa, Bertrand Tavernier, Michel Ciment, Costa-Gavras, Francesco Rosi, Giuseppe Tornatore, Margarethe Von Trotta, Nanni Moretti, Emidio Greco, Ettore Scola, Serge Toubiana, Jean Gili, Ennio Morricone, Gianni Amelio, Nicola Piovani, Gabriele Lavia, Anna Bonaiuto, Franco Piersanti, Massimo Cantini Parrini, Lino Capolicchio, Vittorio Storaro, Daniele Ciprì, Marco Bellocchio, Roberto Andò, Armando Trovajoli, Giuliano Montaldo, Andrea Camilleri, Citto Maselli, Gianni Minà, Dame Helen Mirren… e non è finita qui, i nomi non sono certo “solo” questi.


Ecco, manca quello di Bernardo Bertolucci: io lo ricordo quel Teatro Petruzzelli fatto tutto di teste e di occhi per guardare lui, gigantesco sul palco, invincibile anche se malato. Che meraviglia che sono gli uomini che lottano! ho pensato. Sempre grazie a Felice Laudadio ho visto capolavori della storia del cinema in versione integrale e restaurati, proprio come Ultimo tango a Parigi e Novecento. Me le ricordo le ore in fila per vedere Metropolis di Fritz Lang, le proiezioni ambitissime una dopo l’altra in tutti questi anni.


Mi ricordo il cinema che viene da tutta Europa e dal mondo: nell’edizione di quest’anno perfino dal Giappone e mi riferisco a Double Life di Enen Yo, vincitore del Premio Miglior Film, un film disarmante per quanto delicato. E, del resto, io stessa nell’edizione 2022, ho avuto l’onore di essere giurata per la sezione Panorama Internazionale con la presidente del “mio” SNCCI Cristiana Paternò, e con la critica Kristína Kúdelová, i registi Giuseppe Piccioni (presidente della Giuria) e Pierfrancesco Diliberto. Abbiamo guardato insieme 11 film in 8 giorni, si portavano ancora le mascherine chirurgiche, ma non dimenticherò mai questa esperienza.


Quest’anno poi, sono andata a lezione di politica e di femminismo (essere femministe non significa odiare gli uomini, dobbiamo ricordarlo?) da Margarethe Von Trotta: ho visto in lingua originale e in anteprima assoluta in Italia il suo Ingeborg Bachmann –Reise in die Wüste e sono uscita dalla sala che mi tremavano le gambe per l’emozione: la regista ha visto il film con il pubblico del Teatro Petruzzelli, seduta a due poltrone da me, mi sono messa in piedi per applaudirla come tutti, sono rimasta ad ammirarla scivolare via dalla platea.


Quest’anno in un Teatro Piccinni pieno fino al loggione ho avuto la conferma che questo è il Festival dei giovani perché seduto a vedere in anteprima il film c’era anche Marco Bellocchio, proprio lui in mezzo a decine di ragazze e ragazzi: parlo della proiezione de Le mie ragazze di carta, una storia in cui gli adolescenti sono finalmente chiamati in causa da un cinema che sa educare all’amore.


L’avete vista e ascoltata Maya Sansa parlare dei giovani che lottano e che devono essere sostenuti durante il tributo al cinema iraniano e la premiazione “ideale” di Jafar Panahi con Hassan Nazer? So che c’eravate, vi ho visto e vi ho riconosciuto. Eravate la ragazza di vent’anni, la tirocinante universitaria affamata di cinema che avrebbe voluto vedere e fare di più e che aspetta la prossima edizione 2024 già dal 2 aprile sperando di poterla seguire fino all’ultimo incontro, ma eravate anche la moglie dell’avvocato in pelliccia che applaudiva Toni Servillo e il Premio Oscar Gabriele Salvatores sperando che qualcuno celebrasse la sua ostentata ricchezza e invidiosa perché Fanny Ardant è e sarà sempre stupenda, ed eravate seduti accanto al giovane con le scarpe consumate da pendolare.


Eravate le centinaia di studenti in ascolto di Volker Schlöndorff: un altro Premio Oscar, presidente del Bif&st che ha accettato di farsi intervistare da me per un’ora e che mi ha detto «Sì, il cinema è un atto politico, della polis». Se non avete visto i suoi film, vi suggerisco di correre nelle Mediateche. E ve lo ripeto anche io, giovane regista che ha avuto l’onore di poter proiettare due cortometraggi nell’ambito del Fuori Bif&st e che non ha nessuna speranza sul futuro (e non la cerco questa maledetta speranza perché chi di speranza vive disperato muore): Felice Laudadio è il Bif&st.


E in una Regione in cui le persone continuano a morire di tumore e a dovere scegliere se crepare o lavorare, io penso che un uomo, un direttore di Festival, che prende in concorso un film d’esordio come L’uomo senza colpa di Ivan Gergolet (che vince il Premio Ettore Scola conferitogli dalla Giuria Popolare presieduta da Donatella Palermo) merita un profondo e sentito, un umile e raccolto “grazie!”. Quindi grazie, Felice Laudadio. Grazie per questo Festival. E se è vero, come diceva Monicelli, che «muoiono solo gli stronzi», allora il Bif&st è immortale qualsiasi cosa accada.


Irene Gianeselli, Il Bif&st fonte di emozioni: Laudadio merita un grazie, «Corriere del Mezzogiorno», in I dibatti del Corriere, mercoledì 12 aprile 2023, p. 1 e p. 9

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